Come funziona un percorso psicoterapeutico — e cosa puoi aspettarti di imparare su te stesso.
Molte persone arrivano al primo colloquio con un’idea vaga di cosa le aspetta. Sanno che si parlerà di loro, che qualcosa dovrebbe cambiare. Ma spesso non sanno come. E questa incertezza, già di per sé, può essere un ostacolo.
Questo articolo prova a rispondere alla domanda che in pochi fanno ad alta voce: cosa succede davvero, quando si fa terapia?
La psicoterapia cognitivo-comportamentale: da dove viene e dove è arrivata
La psicoterapia cognitivo-comportamentale nasce dall’idea che i nostri pensieri influenzino il modo in cui ci sentiamo e ci comportiamo. Se interpretiamo una situazione come pericolosa, ci sentiremo in pericolo — anche se il pericolo non c’è. Lavorare su queste interpretazioni significa interrompere il circolo che mantiene la sofferenza.
Nel tempo, questa impostazione si è evoluta. La CBT ha progressivamente spostato il suo focus dalla correzione dei pensieri alla comprensione dei processi mentali e relazionali che li generano. Non basta più chiedersi “cosa penso”, ma “come funziono” — come elaboro le emozioni, come mi relaziono agli altri, come mi racconto.
Capire come funzioniamo nelle relazioni
Spesso chi soffre porta con sé aspettative profonde e in parte inconsapevoli su come gli altri risponderanno ai propri bisogni, desideri, paure. Queste aspettative si formano nel tempo, si radicano nelle esperienze significative, e finiscono per guidare il modo in cui ci avviciniamo alle relazioni — spesso in maniera automatica, senza che ce ne rendiamo conto.
Il problema è che questi schemi tendono a confermarsi: ci avviciniamo agli altri aspettandoci rifiuto, delusione, o indifferenza — e spesso finiamo per ottenerli, perché il nostro stesso comportamento li rende probabili.
Lavorarci richiede una capacità specifica: la metacognizione, cioè la capacità di osservare la propria mente, di capire cosa sta succedendo dentro di noi e di immaginare cosa potrebbe succedere dentro l’altro. Non è una capacità scontata. Ma si può sviluppare.
Cosa significa stare in terapia
Stare in terapia non è semplicemente raccontare i propri problemi. È qualcosa di più attivo — e a volte più faticoso.
Significa imparare a fermarsi su quello che si prova, a dare un nome alle emozioni, a chiedersi da dove vengono. Significa osservare i propri schemi in azione — anche, e soprattutto, dentro la stanza della terapia. Perché quello che accade tra paziente e terapeuta non è uno sfondo neutro: è materiale di lavoro. Le tensioni, i momenti di connessione, le incomprensioni — tutto questo può dire qualcosa di importante su come la persona funziona nelle relazioni.
Non è un percorso lineare. Ci sono momenti in cui si fa fatica, in cui sembra di non avanzare, in cui ciò che emerge è scomodo. Questo fa parte del processo — non è un segnale che qualcosa va storto.
Il lavoro avviene in uno spazio collaborativo: gli obiettivi si definiscono insieme, il percorso si costruisce insieme. La terapia non è qualcosa che viene fatto alla persona, ma qualcosa che si fa con lei.
Perché vale la pena
Imparare a capire come si funziona — nelle relazioni, nelle emozioni, nel modo in cui ci si racconta — è uno dei cambiamenti più duraturi che la terapia può produrre. Non si tratta solo di stare meglio adesso. Si tratta di sviluppare strumenti che restano, anche quando la terapia finisce.
Bibliografia
- Dimaggio G., Montano A., Popolo R., Salvatore G. (2013). Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Raffaello Cortina Editore.
- Dimaggio G., Ottavi P., Popolo R., Salvatore G. (2019). Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia metacognitiva interpersonale. Raffaello Cortina Editore.
- Ruggiero G.M., Caselli G., Sassaroli S. (2018). Laicizzare la relazione terapeutica in psicoterapia cognitivo-comportamentale. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, 24(2).